Era una calda domenica di settembre. L’uomo era seduto sul divano mentre con pigrizia teneva il telecomando e girava i canali del televisore. Ma poi all’improvviso sentì un suono, una canzone: era il suo cellulare che stava squillando e da cui provenivano le note di “Wishlist” dei Pearl Jam. L’uomo afferrò il telefono e rispose. Era sua moglie. La donna era incinta e l’avevano ricoverata in ospedale alcuni giorni prima per dei controlli.“Ehi tesoro, tutto bene?”, chiese l’uomo preoccupato. La donna fece un profondo respiro, lasciando qualche secondo di silenzio.“Amore, hanno deciso di farmi il cesario”, disse lei tutto d’un fiato e con voce affaticata. Per qualche istante il panico invase l’uomo mentre cercava ancora di realizzare le parole della moglie.“Puoi ripetere?”, le chiese poi ancora incredulo.“La dottoressa ha deciso che mi faranno fare un parto cesario. Non ho più il liquido amniotico e la bimba è già in posizione”, si affrettò a rispondere la donna. “Prendi la valigia che abbiamo preparato e vieni subito in ospedale!” aggiunse poi.“Cavolo! D’accordo, arrivo subito!”, le rispose il marito. Fece un profondo respiro e si sforzò di ricordare dove fosse la valigia. Un paio di minuti dopo la trovò, ma era ancora aperta e mancavano degli oggetti. In quell’istante la tensione aumentò e un senso di frustrazione lo invase: “E ora che faccio?”, si chiese tra sé. Proprio in quel momento qualcuno bussò alla porta e l’uomo si precipitò ad aprire. Era sua sorella che gli chiese: “Hai bisogno d’aiuto?”“Sì! Grazie a Dio sei arrivata al momento giusto!”“Che succede?”“Mia moglie sta per partorire! Devo portargli la valigia, ma mancano delle cose che non riesco a trovare”. La sorella prese con fermezza le mani dell’uomo e lo invitò a calmarsi. Poi gli disse: “So io dov’è quello che cerchi, ieri abbiamo preparato le valige insieme“. Detto ciò la sorella dell’uomo si diresse in camera e da un tiretto estrasse dei vestiti che mise nella valigia. Il fratello la ringraziò e senza perdere altro tempo prese la chiave della macchina e la valigia e partì verso l’ospedale, con l’adrenalina che gli pulsava nelle vene e l’ansia che lo invase come il gelo d’inverno. Erano passati diciannove minuti. Dopo aver evitato un ciclista e due pedoni che gli mostrarono il dito medio e una signora saccente che guidava contromano in una rotonda, finalmente l’uomo raggiunse l’ospedale. Trovare un parcheggio era come cercare un’oasi in un deserto dato il caldo mattutino, ma alla fine l’uomo ci riuscì. Scese di fretta dall’auto e si diresse verso l’ingresso dell’ospedale quando si accorse di aver dimenticato la valigia e la mascherina che serviva per entrare secondo le norme anti-Covid vigenti. L’uomo imprecò, poi, evitando un energumeno che viaggiava su una Vespa due volte più piccola di lui, raggiunse la macchina e prese gli oggetti. Corse verso l’ingresso trascinandosi dietro la valigia e inciampando più volte. L’uomo una volta all’interno dell’ospedale si precipitò verso l’ascensore, dove un simpatico omino gli misurò la temperatura con un termometro digitale.“Dove deve andare?”, gli chiese l’omino dall’aria mite.“Mia moglie deve fare un cesario.”“Allora deve raggiungere il quarto piano e prendere l’ascensore F8.”“Grazie mille!”. Poi l’uomo digitò il pulsante di chiamata e dopo diversi minuti l’ascensore arrivò. Lui entrò con la valigia tra le mani e la mascherina che gli ballava sul viso, poi premette il tasto del quarto piano e attese che le porte dell’ascensore si chiudessero. Finalmente l’abitacolo si mosse, ma quando fece per raggiungere il piano selezionato, lo superò, andando a finire all’ottavo per poi scendere al quinto e tornare al sesto. L’uomo andò su tutte le furie e digitò ancora una volta e violentemente il tasto del quarto piano, finché l’ascensore non raggiunse la destinazione. Con l’ansia che gli stava sgretolando ogni parte del corpo, l’uomo uscì dall’ascensore e raggiunse il reparto dove era ricoverata sua moglie. Con sorpresa trovò sua madre che lo aspettava in corridoio. Certo, lui l’aveva informata del parto imminente al telefono durante il tragitto, ma non immaginava che lei sarebbe arrivata prima in ospedale.“Sai qualcosa?”, chiese l’uomo alla madre mentre riprendeva fiato e si sedeva vicino a lei.“No. Sono arrivata dieci minuti fa, e tu?”“Niente.”“Allora dobbiamo avere pazienza e aspettare.”“Io ci provo, ma sono nervoso…”“È normale, ma devi calmarti. Prova a pensare a tuo padre e a quando sei nato tu e poi tutti i tuoi fratelli, secondo te lui come ha fatto?”“Non lo so.”“È stato paziente e ha avuto fede, dovresti farlo anche tu.”“E va bene, ci provo, ma non posso garantirtelo”.Furono i diciannove minuti più lunghi dell’esistenza dell’uomo. Mentre aspettava nel corridoio con sua madre, vide uscire dalla sala parto almeno cinque neonati, con gli infermieri che hai suoi occhi sembravano supereroi con il mantello dorato e avevano tra le mani il miracolo della vita. E poi c’erano i famigliari dei bambini a cui era concesso di vedere per qualche istante il loro futuro racchiuso in una piccola e vulnerabile creatura. Era bello vedere i loro sorrisi e assaporare le emozioni mentre festeggiavano quel momento magico, come in una fiaba a lieto fine. Ma nonostante tutto ciò, l’uomo continuava a provare ansia a cui si aggiunse la frustrazione di non poter far nulla per sua moglie.I pensieri si attorcigliarono nella sua mente uno dopo l’altro, portandolo a riflettere sul fatto che stava per diventare padre. Ma sarebbe stato un buon genitore? Lui non lo sapeva, ma avrebbe fatto di tutto per esserlo. Tre anni prima, quando aveva conosciuto sua moglie, non avrebbe mai immaginato di avere un figlio. Era felice e scosso allo stesso tempo, ma soprattutto aveva paura di non essere all’altezza della situazione. All’improvviso la sua vita era cambiata e tutto quello che credeva impossibile, ora si stava realizzando.Finalmente vide uscire sua moglie. Aveva il viso provato ma allo stesso tempo era serena. Mentre le infermiere l’accompagnavano in reparto, lui le disse: “Andrai alla grande amore mio! Ti amo! Coraggio!”. Lei gli sorrise mentre lui diede la valigia a uno degli infermieri e poi si sedette credendo che sua moglie dovesse ancora partorire, ma invece sua madre gli disse: “Figlio mio, sei diventato padre, auguri!”“Cosa?”, disse l’uomo incredulo.“Sì, lei ha già partorito. Un cesario non richiede più di venti minuti”, gli rispose la madre che era un ex infermiera. L’uomo non finì di realizzare la cosa che subito un infermiere gli disse di seguirlo al sesto piano per firmare alcuni documenti.La stanza della dottoressa era piccola ma accogliente e lei era meticolosa e gentile, senza però esagerare e perdersi in chiacchere. La donna disse all’uomo che il parto era andato bene e che sua moglie e la bambina erano in buona salute, ma dovevano ricoverare la piccola perché era nata prematura. L’uomo non batté ciglio dopo quell’ultima affermazione, infatti sia lui che sua moglie sapevano che ci sarebbe stata la possibilità di un parto prematuro.La dottoressa fece riempire dei documenti all’uomo per poi invitarlo a scendere al pronto soccorso per ricoverare la figlia. L’uomo, dopo aver spiegato tutto a sua madre, scese al piano terra diretto verso la struttura che la dottoressa gli aveva indicato. Trascorsero altri diciannove minuti tra un ufficio e un altro prima che l’uomo potesse finalmente presentare le carte per il ricovero. In quel tempo si guardò intorno immaginando le persone come panini da mangiare. Il suo stomaco era vuoto e l’uomo non riusciva a ricordare l’ultima volta che aveva mangiato.Una volta ottenuti i documenti necessari per il ricovero, l’uomo si fiondò di nuovo al sesto piano nel reparto di Neonatologia, mentre sua madre nel frattempo l’aveva chiamato dicendogli che sarebbe tornata a casa. La dottoressa accolse di nuovo l’uomo nel suo piccolo studio spiegandogli tutto l’iter che la bambina avrebbe dovuto seguire prima di essere dimessa dall’ospedale. L’uomo anche se era stanco e affamato ascoltò con attenzione le parole della donna e si rese conto che sua figlia non sarebbe uscita prima di un mese. Quando la dottoressa ebbe finito la spiegazione, l’uomo in preda all’ansia le chiese: “Ora posso vedere mia figlia?”“Assolutamente sì!”, rispose prontamente l’altra. Poi la donna invitò l’uomo a seguirla in un’altra stanza dove gli spiegò che doveva lavarsi accuratamente le mani e indossare un camice. L’uomo eseguì senza discutere, poi la dottoressa chiamò un’infermiera che condusse il neo-papà lungo un corridoio fino ad arrivare a un tavolino dove la donna lo invitò a cambiarsi la mascherina. Tra la dottoressa e la prassi anti-Covid da seguire erano passati altri diciannove minuti, ma finalmente l’uomo stava per incontrare sua figlia.Per qualche secondo il tempo sembrò fermarsi quando l’uomo avanzò verso la porta della stanza di Terapia Intensiva che conteneva una decina di incubatrici.Sentì il suo cuore accelerare mentre si lavava le mani per l’ennesima volta. Poi fece un passo nella stanza dove tutte le infermiere e infermieri lo salutarono chiedendogli di chi fosse il padre, ma l’uomo fu come paralizzato dall’emozione che stava provando.Alzò gli occhi.Sentì tutta l’ansia e l’adrenalina accumulata in quelle ore sciogliersi come nulla.Il suo respiro fu leggero e continuo.Il suo cuore rallentò.Poi riuscì a rispondere agli infermieri con voce imbronciata.“Guardi, è proprio lì”, gli disse un’infermiera indicando l’incubatrice poco distante da loro.E poi l’uomo la vide. La piccola testa, il naso, le braccia i piedi, gli occhi e una bocca che gli sorrise.L’uomo si fermò in un pianto di gioia.Non ricordava l’ultima volta che aveva pianto in quel modo, ma ciò che provò, fu qualcosa d’incredibile.Poi, lentamente, aprì il piccolo sportello dell’incubatrice e accarezzò sua figlia. Aveva ancora gli occhi lucidi quando la bambina gli strinse un dito e lui non poté fare altro che piangere ancora, mentre lei continuava a sorridergli.Un sorriso sincero.Radioso.Puro.Poi l’uomo lesse il cartellino sull’incubatrice dove erano riportati i dati di sua figlia. C’era scritto il nome, il peso, le settimane di gestazione, ma la cosa che colpì di più l’uomo fu l’orario di nascita della bimba: le 12.29 di domenica 19 settembre. Infatti anche l’uomo era nato di domenica, ma nel mese di maggio e a mezzogiorno. La cosa lo fece sorridere perché sapeva che non si trattava solo di una coincidenza.Prima di salutare sua figlia richiuse lo sportello dell’incubatrice e scattò qualche foto con il cellulare per sua moglie. “Benvenuta al mondo amore mio! Sei un miracolo!”, disse poi alla bambina. Poi si levò il camice e uscì dal reparto dirigendosi verso l’ascensore.L’uomo si ritrovò a girovagare con l’auto alla ricerca di un negozio aperto. Voleva comprare dei fiori per sua moglie che sarebbe andata a trovare quello stesso pomeriggio. Passarono diciannove minuti da quando aveva cominciato la sua ricerca e poi finalmente trovò quello che stava cercando. Comprò i fiori e poi corse a casa, dove lo stavano aspettando le rispettive famiglie per festeggiare la nascita della bambina. Doveva temporeggiare dato che l’orario di visita in ospedale era dalle 18.00 alle 19.00.Appena entrò in casa fu abbracciato da tutta la famiglia e suo padre non perse tempo e prese uno spumante e disse: “Auguri figlio mio! Ora tocca a te!”. Gli porse la bottiglia e il figlio l’aprì senza esitare. Brindarono tutti alla bambina che era entrata nella loro vita. In casa si respirava un clima di festa e di vera gioia come non accadeva da molto tempo.Dopo aver festeggiato, l’uomo prese i fiori e si diresse all’ospedale. Imprecò ancora una volta con l’ascensore che non si fermava mai al piano selezionato, poi finalmente raggiunse l’ala dove era ricoverata sua moglie. Senza perdere altro tempo schiacciò il pulsante sul citofono dell’ingresso del reparto e subito un’infermiera gli rispose chiedendogli cosa volesse e l’uomo le rispose che era venuto a trovare sua moglie che aveva partorito da poco. La porta si aprì e apparve una donna robusta con capelli corti brizzolati e un tono da sergente che gli chiese: “Che numero è sua moglie?”“In che senso?”“Non le hanno spiegato nulla?”“Ehm… no.”“Allora le spiego: data la situazione Covid, abbiamo diviso le visite in modo che non si creino assembramenti. I numeri pari entrano la mattina e i dispari il pomeriggio.”“Mi dispiace, ma io questo non lo sapevo…”“E va bene, per questa volta la perdono, la faccio entrare.”“Grazie, e i fiori?”“Può portarli con sé per farli vedere a sua moglie, ma poi deve riprenderseli.”“D’accordo e grazie ancora”.L’infermiera invitò l’uomo a seguirla e qualche metro dopo arrivarono nella stanza dov’era ricoverata la moglie. Quando l’uomo entrò nella stanza le altre pazienti si meravigliarono nel vederlo con un mazzo di fiori tra le mani, mentre sua moglie gli sorrise e lo invitò a sedersi su una sedia vicino al letto.“Grazie per i fiori tesoro. Hai visto la nostra bambina? Come sta?”, chiese la moglie con voce affaticata. L’uomo poggiò i fiori su una sedia vicino, poi strinse le mani della donna e le rispose: “Lei sta benissimo, amore mio, solo dato che è nata prematura ho dovuto riempire dei fogli per ricoverarla. La terranno in ospedale finché non raggiungerà il peso necessario per farla uscire. Questo è ciò che mi ha detto la dottoressa.”“Ho capito. Ma hai fatto delle foto a nostra figlia? Io non l’ho vista per niente da quando ho partorito…”, disse la donna con un tono di dispiacere nella voce.“Certo! Eccole!”, le rispose l’uomo mostrandole le foto sul cellulare. In quel momento un’emozione di gioia mista a dispiacere invase la donna che osservava il viso innocente della sua bambina. Poi gli occhi le divennero lucidi, ma non pianse. Il marito accorgendosi della cosa le chiese: “Tutto bene amore mio?”“Sì… è solo che avrei voluto nostra figlia qui con noi”. L’uomo si avvicinò a lei e con delicatezza le strinse la mano dove lei aveva la flebo. Poi si concentrò sul suo viso: era provato, ma allo stesso tempo bellissimo.“Dobbiamo essere forti adesso e avere pazienza. Non sarà facile, ma con l’aiuto di Dio ce la faremo”, disse l’uomo.“So anche questo, ma avrei voluto tanto che il mio fosse stato un parto naturale.”“Tesoro, non sempre le cose vanno come noi le programmiamo.”“Sì, è vero, ma per una volta poteva essere diverso.”“Lo so, ma comunque sia l’importante è che la nostra bambina stia bene.”“Hai ragione”. Poi l’uomo la baciò dolcemente e la salutò. Le settimane che seguirono furono le più lunghe che la coppia avesse mai vissuto. Ogni giorno l’uomo aveva un orario prestabilito per far visita alla figlia, mentre la donna andava a trovarla il pomeriggio per fare la marsupio-terapia. Ormai era diventata una routine per entrambi i coniugi: orari da rispettare, la prassi anti-Covid, gli aggiornamenti di dottori e infermieri, le lunghe attese fuori dal reparto per vedere la figlia, le notti insonni passate a pensare, a desiderare che la loro bambina tornasse presto a casa. In tutto ciò la coppia aveva conosciuto altri genitori che avevano avuto figli prematuri. Ognuno di loro mostrava le proprie paure e ansie, ma avevano tutti in comune il medesimo desiderio: stare con i propri bambini.L’uomo viveva ogni giorno con la speranza e la convinzione che sua figlia sarebbe stata dimessa in poco tempo. Quando l’andava a trovare nella T.I.N. (Terapia Intensiva Neonatale), passava il tempo a raccontarle delle storie che lui stesso inventava. Le parlava anche della famiglia che la stava aspettando a casa, ma la cosa che tranquillizzava di più la bambina era la canzone che l’uomo aveva scritto per lei: “Little Big Star”. L’aveva composta quando sua figlia era ancora in grembo e ora era l’unica che la faceva sentire al sicuro mentre il padre le dava il biberon, circondato da incubatrici e culle dove si trovavano altri neonati. I bambini erano monitorati da alcuni macchinari che controllavano i loro parametri vitali, ma i veri “custodi” erano gli infermieri che ininterrottamente si prendevano cura dei piccoli pazienti. Eroi che indossavano camici e mantelli protettivi dalla forma delle loro mani che con molta delicatezza curavano i neonati. I custodi non avevano medaglie, né folle che acclamavano le loro imprese, ma soltanto amore e dedizione per il loro lavoro: proteggere chi aveva avuto fretta di venire al mondo.Proteggere quelle piccole e innocenti creature.Umani che rappresentavano il futuro.Dopo quasi un mese di ricovero la dottoressa chiamò i genitori per informarli che la loro bambina sarebbe stata dimessa in pochi giorni. L’emozione che i due coniugi provarono fu indescrivibile. Erano pieni di gioia e cominciarono a sistemare la casa per la “nuova arrivata”.Quasi una settimana dopo la dottoressa del reparto decise che la neonata era pronta per essere dimessa e disse a uno degli infermieri di richiamare i genitori in reparto.Esattamente diciannove minuti dopo la coppia raggiunse la dottoressa che spiegò loro tutta la prassi da seguire per la dimissione della loro bambina. I genitori ancora increduli di ciò che stava accadendo, ascoltarono con attenzione ciò che la donna stava dicendo loro, anche se la maggior parte dei loro pensieri erano diretti verso la figlia.“Allora, vi è tutto chiaro?”, chiese la dottoressa ai due coniugi.“Sì”, rispose la donna.“Certo”, aggiunse l’uomo.Finite le spiegazioni della dottoressa, la madre andò a preparare la figlia mentre il padre si sedette ad aspettare i documenti per la dimissione. Una volta pronti li firmò e nello stesso momento fu raggiunto da sua moglie con la figlia nel passeggino. Quando la vide il suo cuore cominciò a battere forte e gli occhi divennero lucidi. Poi sentì qualcosa di diverso dentro lui.Era la pace.Non provava quella sensazione da molto tempo. Gli sembrò qualcosa di straordinario.L’uomo guardò sua figlia e le disse: “Sei una guerriera bimba mia. Ce l’hai fatta! È stata dura, ma alla fine hai vinto tu. Ti amo e sei il miracolo della mia vita”. Dopo quelle parole sua moglie pianse di gioia e insieme superarono la soglia del reparto augurando buona fortuna ai genitori presenti nel corridoio.Da quel giorno l’uomo capì il vero significato della vita. Dell’importanza di continuare a combattere anche se con infinite difficoltà. Di affrontare le cose con coraggio insieme a sua moglie e affidandosi al buon Dio. Di credere che i miracoli esistono davvero e che sua figlia ne era la prova.Una luce nell’oscurità.L’amore e la forza che vincono contro il male.Il sorriso di una bimba che ha vinto la battaglia per la vita.Un uomo che crede nei miracoli e che oggi tiene tra le braccia la sua bambina.Quell’uomo sono io e questa è la storia di mia figlia Rachele Carol.