RACCONTI e POESIE

                           -ASTRATTI ED ESTRATTI-

BENVENUTI CARI LETTORI! 

Questa pagina è dedicata ad alcuni racconti  e poesie che ho scritto ispirati alla vita reale e alla fantasia. Inoltre troverete anche alcuni estratti delle mie pubblicazioni. Buona lettura a tutti!

RACCONTI

"Diciannove"

Racconto dedicato e ispirato alla nascita di mia figlia.

Era una calda domenica di settembre. L’uomo era seduto sul divano mentre con pigrizia teneva il telecomando e girava i canali del televisore. Ma poi all’improvviso sentì un suono, una canzone: era il suo cellulare che stava squillando e da cui provenivano le note di “Wishlist” dei Pearl Jam. L’uomo afferrò il telefono e rispose. Era sua moglie. La donna era incinta e l’avevano ricoverata in ospedale alcuni giorni prima per dei controlli.“Ehi tesoro, tutto bene?”, chiese l’uomo preoccupato. La donna fece un profondo respiro, lasciando qualche secondo di silenzio.“Amore, hanno deciso di farmi il cesario”, disse lei tutto d’un fiato e con voce affaticata. Per qualche istante il panico invase l’uomo mentre cercava ancora di realizzare le parole della moglie.“Puoi ripetere?”, le chiese poi ancora incredulo.“La dottoressa ha deciso che mi faranno fare un parto cesario. Non ho più il liquido amniotico e la bimba è già in posizione”, si affrettò a rispondere la donna. “Prendi la valigia che abbiamo preparato e vieni subito in ospedale!” aggiunse poi.“Cavolo! D’accordo, arrivo subito!”, le rispose il marito. Fece un profondo respiro e si sforzò di ricordare dove fosse la valigia. Un paio di minuti dopo la trovò, ma era ancora aperta e mancavano degli oggetti. In quell’istante la tensione aumentò e un senso di frustrazione lo invase: “E ora che faccio?”, si chiese tra sé. Proprio in quel momento qualcuno bussò alla porta e l’uomo si precipitò ad aprire. Era sua sorella che gli chiese: “Hai bisogno d’aiuto?”“Sì! Grazie a Dio sei arrivata al momento giusto!”“Che succede?”“Mia moglie sta per partorire! Devo portargli la valigia, ma mancano delle cose che non riesco a trovare”. La sorella prese con fermezza le mani dell’uomo e lo invitò a calmarsi. Poi gli disse: “So io dov’è quello che cerchi, ieri abbiamo preparato le valige insieme“. Detto ciò la sorella dell’uomo si diresse in camera e da un tiretto estrasse dei vestiti che mise nella valigia. Il fratello la ringraziò e senza perdere altro tempo prese la chiave della macchina e la valigia e partì verso l’ospedale, con l’adrenalina che gli pulsava nelle vene e l’ansia che lo invase come il gelo d’inverno. Erano passati diciannove minuti. Dopo aver evitato un ciclista e due pedoni che gli mostrarono il dito medio e una signora saccente che guidava contromano in una rotonda, finalmente l’uomo raggiunse l’ospedale. Trovare un parcheggio era come cercare un’oasi in un deserto dato il caldo mattutino, ma alla fine l’uomo ci riuscì. Scese di fretta dall’auto e si diresse verso l’ingresso dell’ospedale quando si accorse di aver dimenticato la valigia e la mascherina che serviva per entrare secondo le norme anti-Covid vigenti. L’uomo imprecò, poi, evitando un energumeno che viaggiava su una Vespa due volte più piccola di lui, raggiunse la macchina e prese gli oggetti. Corse verso l’ingresso trascinandosi dietro la valigia e inciampando più volte. L’uomo una volta all’interno dell’ospedale si precipitò verso l’ascensore, dove un simpatico omino gli misurò la temperatura con un termometro digitale.“Dove deve andare?”, gli chiese l’omino dall’aria mite.“Mia moglie deve fare un cesario.”“Allora deve raggiungere il quarto piano e prendere l’ascensore F8.”“Grazie mille!”. Poi l’uomo digitò il pulsante di chiamata e dopo diversi minuti l’ascensore arrivò. Lui entrò con la valigia tra le mani e la mascherina che gli ballava sul viso, poi premette il tasto del quarto piano e attese che le porte dell’ascensore si chiudessero. Finalmente l’abitacolo si mosse, ma quando fece per raggiungere il piano selezionato, lo superò, andando a finire all’ottavo per poi scendere al quinto e tornare al sesto. L’uomo andò su tutte le furie e digitò ancora una volta e violentemente il tasto del quarto piano, finché l’ascensore non raggiunse la destinazione. Con l’ansia che gli stava sgretolando ogni parte del corpo, l’uomo uscì dall’ascensore e raggiunse il reparto dove era ricoverata sua moglie. Con sorpresa trovò sua madre che lo aspettava in corridoio. Certo, lui l’aveva informata del parto imminente al telefono durante il tragitto, ma non immaginava che lei sarebbe arrivata prima in ospedale.“Sai qualcosa?”, chiese l’uomo alla madre mentre riprendeva fiato e si sedeva vicino a lei.“No. Sono arrivata dieci minuti fa, e tu?”“Niente.”“Allora dobbiamo avere pazienza e aspettare.”“Io ci provo, ma sono nervoso…”“È normale, ma devi calmarti. Prova a pensare a tuo padre e a quando sei nato tu e poi tutti i tuoi fratelli, secondo te lui come ha fatto?”“Non lo so.”“È stato paziente e ha avuto fede, dovresti farlo anche tu.”“E va bene, ci provo, ma non posso garantirtelo”.Furono i diciannove minuti più lunghi dell’esistenza dell’uomo. Mentre aspettava nel corridoio con sua madre, vide uscire dalla sala parto almeno cinque neonati, con gli infermieri che hai suoi occhi sembravano supereroi con il mantello dorato e avevano tra le mani il miracolo della vita. E poi c’erano i famigliari dei bambini a cui era concesso di vedere per qualche istante il loro futuro racchiuso in una piccola e vulnerabile creatura. Era bello vedere i loro sorrisi e assaporare le emozioni mentre festeggiavano quel momento magico, come in una fiaba a lieto fine. Ma nonostante tutto ciò, l’uomo continuava a provare ansia a cui si aggiunse la frustrazione di non poter far nulla per sua moglie.I pensieri si attorcigliarono nella sua mente uno dopo l’altro, portandolo a riflettere sul fatto che stava per diventare padre. Ma sarebbe stato un buon genitore? Lui non lo sapeva, ma avrebbe fatto di tutto per esserlo. Tre anni prima, quando aveva conosciuto sua moglie, non avrebbe mai immaginato di avere un figlio. Era felice e scosso allo stesso tempo, ma soprattutto aveva paura di non essere all’altezza della situazione. All’improvviso la sua vita era cambiata e tutto quello che credeva impossibile, ora si stava realizzando.Finalmente vide uscire sua moglie. Aveva il viso provato ma allo stesso tempo era serena. Mentre le infermiere l’accompagnavano in reparto, lui le disse: “Andrai alla grande amore mio! Ti amo! Coraggio!”. Lei gli sorrise mentre lui diede la valigia a uno degli infermieri e poi si sedette credendo che sua moglie dovesse ancora partorire, ma invece sua madre gli disse: “Figlio mio, sei diventato padre, auguri!”“Cosa?”, disse  l’uomo incredulo.“Sì, lei ha già partorito. Un cesario non richiede più di venti minuti”, gli rispose la madre che era un ex infermiera. L’uomo non finì di realizzare la cosa che subito un infermiere gli disse di seguirlo al sesto piano per firmare alcuni documenti.La stanza della dottoressa era piccola ma accogliente e lei era meticolosa e gentile, senza però esagerare e perdersi in chiacchere. La donna disse all’uomo che il parto era andato bene e che sua moglie e la bambina erano in buona salute, ma dovevano ricoverare la piccola perché era nata prematura. L’uomo non batté ciglio dopo quell’ultima affermazione, infatti sia lui che sua moglie sapevano che ci sarebbe stata la possibilità di un parto prematuro.La dottoressa fece riempire dei documenti all’uomo per poi invitarlo a scendere al pronto soccorso per ricoverare la figlia. L’uomo, dopo aver spiegato tutto a sua madre, scese al piano terra diretto verso la struttura che la dottoressa gli aveva indicato. Trascorsero altri diciannove minuti tra un ufficio e un altro prima che l’uomo potesse finalmente presentare le carte per il ricovero. In quel tempo si guardò intorno immaginando le persone come panini da mangiare. Il suo stomaco era vuoto e l’uomo non riusciva a ricordare l’ultima volta che aveva mangiato.Una volta ottenuti i documenti necessari per il ricovero, l’uomo si fiondò di nuovo al sesto piano nel reparto di Neonatologia, mentre sua madre nel frattempo l’aveva chiamato dicendogli che sarebbe tornata a casa. La dottoressa  accolse di nuovo l’uomo nel suo piccolo studio spiegandogli tutto l’iter che la bambina avrebbe dovuto seguire prima di essere dimessa dall’ospedale. L’uomo anche se era stanco e affamato ascoltò con attenzione le parole della donna e si rese conto che sua figlia non sarebbe uscita prima di un mese.  Quando la dottoressa ebbe finito la spiegazione, l’uomo in preda all’ansia le chiese: “Ora posso vedere mia figlia?”“Assolutamente sì!”, rispose prontamente l’altra. Poi la donna invitò l’uomo a seguirla in un’altra stanza dove gli spiegò che doveva lavarsi accuratamente le mani e indossare un camice. L’uomo eseguì senza discutere, poi la dottoressa chiamò un’infermiera che condusse il neo-papà  lungo un corridoio fino ad arrivare a un tavolino dove la donna lo invitò a cambiarsi la mascherina. Tra la dottoressa e la prassi anti-Covid da seguire erano passati altri diciannove minuti, ma finalmente l’uomo stava per incontrare sua figlia.Per qualche secondo il tempo sembrò fermarsi quando l’uomo avanzò verso la porta della stanza di Terapia Intensiva che conteneva una decina di incubatrici.Sentì il suo cuore accelerare mentre si lavava le mani per l’ennesima volta. Poi fece un passo nella stanza dove tutte le infermiere e infermieri lo salutarono chiedendogli di chi fosse il padre, ma l’uomo fu come paralizzato dall’emozione che stava provando.Alzò gli occhi.Sentì tutta l’ansia e l’adrenalina accumulata in quelle ore sciogliersi come nulla.Il suo respiro fu leggero e continuo.Il suo cuore rallentò.Poi riuscì a rispondere agli infermieri con voce imbronciata.“Guardi, è proprio lì”, gli disse un’infermiera indicando l’incubatrice poco distante da loro.E poi l’uomo la vide. La piccola testa, il naso, le braccia i piedi, gli occhi e una bocca che gli sorrise.L’uomo si fermò in un pianto di gioia.Non ricordava l’ultima volta che aveva pianto in quel modo, ma ciò che provò, fu qualcosa d’incredibile.Poi, lentamente, aprì il piccolo sportello dell’incubatrice e accarezzò sua figlia. Aveva ancora gli occhi lucidi quando la bambina gli strinse un dito e lui non poté fare altro che piangere ancora, mentre lei continuava a sorridergli.Un sorriso sincero.Radioso.Puro.Poi l’uomo lesse il cartellino sull’incubatrice dove erano riportati i dati di sua figlia. C’era scritto il nome, il peso, le settimane di gestazione, ma la cosa che colpì di più l’uomo fu l’orario di nascita della bimba: le 12.29 di domenica 19 settembre. Infatti anche l’uomo era nato di domenica, ma nel mese di maggio e a mezzogiorno. La cosa lo fece sorridere perché sapeva che non si trattava solo di una coincidenza.Prima di salutare sua figlia richiuse lo sportello dell’incubatrice e scattò qualche foto con il cellulare per sua moglie. “Benvenuta al mondo amore mio! Sei un miracolo!”, disse poi alla bambina. Poi si levò il camice e uscì dal reparto dirigendosi verso l’ascensore.L’uomo si ritrovò a girovagare con l’auto alla ricerca di un negozio aperto. Voleva comprare dei fiori per sua moglie che sarebbe andata a trovare quello stesso pomeriggio. Passarono diciannove minuti da quando aveva cominciato la sua ricerca e poi finalmente trovò quello che stava cercando. Comprò i fiori e poi corse a casa, dove lo stavano aspettando le rispettive famiglie per festeggiare la nascita della bambina. Doveva temporeggiare dato che l’orario di visita in ospedale era dalle 18.00 alle 19.00.Appena entrò in casa fu abbracciato da tutta la famiglia e suo padre non perse tempo e prese uno spumante e disse: “Auguri figlio mio! Ora tocca a te!”. Gli porse la bottiglia e il figlio l’aprì senza esitare. Brindarono tutti alla bambina che era entrata nella loro vita. In casa si respirava un clima di festa e di vera gioia come non accadeva da molto tempo.Dopo aver festeggiato, l’uomo prese i fiori e si diresse all’ospedale. Imprecò ancora una volta con l’ascensore che non si fermava mai al piano selezionato, poi finalmente raggiunse l’ala dove era ricoverata sua moglie. Senza perdere altro tempo schiacciò il pulsante sul citofono dell’ingresso del reparto e subito un’infermiera gli rispose chiedendogli cosa volesse e l’uomo le rispose che era venuto a trovare sua moglie che aveva partorito da poco. La porta si aprì e apparve una donna robusta con capelli corti brizzolati e un tono da sergente che gli chiese: “Che numero è sua moglie?”“In che senso?”“Non le hanno spiegato nulla?”“Ehm… no.”“Allora le spiego: data la situazione Covid, abbiamo diviso le visite in modo che non si creino assembramenti. I numeri pari entrano la mattina e i dispari il pomeriggio.”“Mi dispiace, ma io questo non lo sapevo…”“E va bene, per questa volta la perdono, la faccio entrare.”“Grazie, e i fiori?”“Può portarli con sé per farli vedere a sua moglie, ma poi deve riprenderseli.”“D’accordo e grazie ancora”.L’infermiera invitò l’uomo a seguirla e qualche metro dopo arrivarono nella stanza dov’era ricoverata la moglie. Quando l’uomo entrò nella stanza le altre pazienti si meravigliarono nel vederlo con un mazzo di fiori tra le mani, mentre sua moglie gli sorrise e lo invitò a sedersi su una sedia vicino al letto.“Grazie per i fiori tesoro. Hai visto la nostra bambina? Come sta?”, chiese la moglie con voce affaticata. L’uomo poggiò i fiori su una sedia vicino, poi strinse le mani della donna e le rispose: “Lei sta benissimo, amore mio, solo dato che è nata prematura ho dovuto riempire dei fogli per ricoverarla. La terranno in ospedale finché non raggiungerà il peso necessario per farla uscire. Questo è ciò che mi ha detto la dottoressa.”“Ho capito. Ma hai fatto delle foto a nostra figlia? Io non l’ho vista per niente da quando ho partorito…”, disse la donna con un tono di dispiacere nella voce.“Certo! Eccole!”, le rispose l’uomo mostrandole le foto sul cellulare. In quel momento un’emozione di gioia mista a dispiacere invase la donna che osservava il viso innocente della sua bambina. Poi gli occhi le divennero lucidi, ma non pianse. Il marito accorgendosi della cosa le chiese: “Tutto bene amore mio?”“Sì… è solo che avrei voluto nostra figlia qui con noi”. L’uomo si avvicinò a lei e con delicatezza le strinse la mano dove lei aveva la flebo. Poi si concentrò sul suo viso: era provato, ma allo stesso tempo bellissimo.“Dobbiamo essere forti adesso e avere pazienza. Non sarà facile, ma con l’aiuto di Dio ce la faremo”, disse l’uomo.“So anche questo, ma avrei voluto tanto che il mio fosse stato un parto naturale.”“Tesoro, non sempre le cose vanno come noi le programmiamo.”“Sì, è vero, ma per una volta poteva essere diverso.”“Lo so, ma comunque sia l’importante è che la nostra bambina stia bene.”“Hai ragione”. Poi l’uomo la baciò dolcemente e la salutò. Le settimane che seguirono furono le più lunghe che la coppia avesse mai vissuto.  Ogni giorno l’uomo aveva un orario prestabilito per far visita alla figlia, mentre la donna andava a trovarla il pomeriggio per fare la marsupio-terapia. Ormai era diventata una routine per entrambi i coniugi: orari da rispettare, la prassi anti-Covid, gli aggiornamenti di dottori e infermieri, le lunghe attese fuori dal reparto per vedere la figlia, le notti insonni passate a pensare, a desiderare che la loro bambina tornasse presto a casa.  In tutto ciò la coppia aveva conosciuto altri genitori che avevano avuto figli prematuri. Ognuno di loro mostrava le proprie paure e ansie, ma avevano tutti in comune il medesimo desiderio: stare con i propri bambini.L’uomo viveva ogni giorno con la speranza e la convinzione che sua figlia sarebbe stata dimessa in poco tempo. Quando l’andava a trovare nella T.I.N. (Terapia Intensiva Neonatale), passava il tempo a raccontarle delle storie che lui stesso inventava. Le parlava anche della famiglia che la stava aspettando a casa, ma la cosa che tranquillizzava di più la bambina era la canzone che  l’uomo aveva scritto per lei: “Little Big Star”. L’aveva composta quando sua figlia era ancora in grembo e ora era l’unica che la faceva sentire al sicuro mentre il padre le dava il biberon, circondato da incubatrici e culle dove si trovavano altri neonati. I bambini erano monitorati da alcuni macchinari che controllavano i loro parametri vitali, ma i veri “custodi” erano gli infermieri che ininterrottamente si prendevano cura dei piccoli pazienti. Eroi che indossavano camici e mantelli protettivi dalla forma delle loro mani che con molta delicatezza curavano i neonati. I custodi non avevano medaglie, né folle che acclamavano le loro imprese, ma soltanto amore e dedizione per il loro lavoro: proteggere chi aveva avuto fretta di venire al mondo.Proteggere quelle piccole e innocenti creature.Umani che rappresentavano il futuro.Dopo quasi un mese di ricovero la dottoressa chiamò i genitori per informarli che la loro bambina sarebbe stata dimessa in pochi giorni. L’emozione che i due coniugi provarono fu indescrivibile. Erano pieni di gioia e cominciarono a sistemare la casa per  la “nuova arrivata”.Quasi una settimana dopo la dottoressa del reparto decise che la neonata era pronta per essere dimessa e disse a uno degli infermieri di richiamare i genitori in reparto.Esattamente diciannove minuti dopo la coppia raggiunse la dottoressa che spiegò loro tutta la prassi da seguire per la dimissione della loro bambina. I genitori ancora increduli di ciò che stava accadendo, ascoltarono con attenzione ciò che la donna stava dicendo loro, anche se la maggior parte dei loro pensieri erano diretti verso la figlia.“Allora, vi è tutto chiaro?”, chiese la dottoressa ai due coniugi.“Sì”, rispose la donna.“Certo”, aggiunse l’uomo.Finite le spiegazioni della dottoressa, la madre andò a preparare la figlia mentre il padre si sedette ad aspettare i documenti per la dimissione. Una volta pronti li firmò e nello stesso momento fu raggiunto da sua moglie con la figlia nel passeggino. Quando la vide il suo cuore cominciò a battere forte e gli occhi divennero lucidi. Poi sentì qualcosa di diverso dentro lui.Era la pace.Non provava quella sensazione da molto tempo. Gli sembrò qualcosa di straordinario.L’uomo guardò sua figlia e le disse: “Sei una guerriera bimba mia. Ce l’hai fatta! È stata dura, ma alla fine hai vinto tu. Ti amo e sei il miracolo della mia vita”. Dopo quelle parole sua moglie pianse di gioia e insieme superarono la soglia del reparto augurando buona fortuna ai genitori presenti nel corridoio.Da quel giorno l’uomo capì il vero significato della vita. Dell’importanza di continuare a combattere anche se con infinite difficoltà. Di affrontare le cose con coraggio insieme a sua moglie e affidandosi al buon Dio. Di credere che i miracoli esistono davvero e che sua figlia ne era la prova.Una luce nell’oscurità.L’amore e la forza che vincono contro il male.Il sorriso di una bimba che ha vinto la battaglia per la vita.Un uomo che crede nei miracoli e che oggi tiene tra le braccia la sua bambina.Quell’uomo sono io e questa è la storia di mia figlia Rachele Carol.

"Uno sguardo particolare"

Racconto estratto dalla raccolta "DISTOPICA-Racconti dal futuro" .

La ragazza era seduta di fronte a sua nonna e con un cucchiaio cercava di imboccarla, ma lei non ne voleva sapere di mandare giù quell’intruglio fumante. La chiamavano «Young-Age», una sostanza che conteneva una grande quantità di vitamine per le persone anziane.“Coraggio nonna, solo un ultimo sforzo!” disse la ragazza con entusiasmo.“Non mi va. Lì dentro ci sono solo schifezze. Starò perdendo la vista, ma di certo l’olfatto mi funziona ancora bene!”, disse la donna anziana. Era vero. La sua vista si stava abbassando giorno dopo giorno e se non fosse stato per sua nipote che continuava a curarla, sarebbe stata rinchiusa in uno di quei centri per anziani super lussuosi; ma lei amava la sua casa. Il luogo dov’era nata prima che il mondo diventasse un posto per androidi ed esseri umani disconnessi dalla vera vita sociale. “Okay nonna, basta così. Ora devo andare a lavorare, ma tra poco arriverà Claire a tenerti compagnia.”“Perché non puoi rimanere un altro po’ Annie?”“Va bene, ma solo per pochi minuti, mi aspettano in negozio.”“D’accordo cara. Allora mentre aspettiamo Claire, cosa ne pensi di continuare a leggermi quel bel libro che abbiamo lasciato a metà?”“Parli di Wool? Quel vecchio libro del Ventunesimo secolo?”“Sì, proprio quello!”“Non capisco come facciano a piacerti ancora i libri? Oggi non legge più nessuno nonna.”“È una triste realtà, ma non voglio perdere le ultime cose che amo. E ora che non riesco più a leggere devi farlo tu per me.”“Okay nonna”.Annie Clarke si diresse verso la maestosa libreria che sua nonna possedeva da molte generazioni. Prese il libro e cominciò a leggere un nuovo capitolo. La nonna sorrideva mentre la voce suadente di Annie seguiva le parole sul manoscritto. Allo stesso tempo le dispiaceva vederla in quello stato. Avrebbe voluto fare qualcosa di più per lei.Il campanello digitale suonò e un’immagine olografica apparve di fronte ad Annie. Lo schermo mostrava i capelli ricci e rossi di Claire che annunciavano il suo arrivo. Pochi minuti dopo le due ragazze si salutarono e Annie strinse forte sua nonna e la baciò prima di andare via.Il taxi a cuscinetti gravitazionali atterrò davanti ad Annie. La ragazza salì sul mezzo e disse: “Atelier Bride Passion, Distretto Europeo, 15°Strada,  prego.”“Subito, signorina Clarke”, rispose la voce registrata dell’ologramma dell’autista. Poi il taxi si sollevò in aria e cominciò a volare trai i grattacieli della città.Mentre il velivolo si dirigeva verso la destinazione assegnata, Annie si mise a guardare le luci della megalopoli in cui viveva. Gialle, rosse, azzurre, viola, rosa, c’è n’erano per tutti i gusti. Giganti di vetro che sovrastavano la vecchia metropoli si alzavano oltre il manto nuvoloso che copriva il cielo di quella notte.Vorrei che mia nonna potesse vederlo. Questo galleggiava nella mente di Annie. Con il lavoro che faceva non si guadagnava male, ma non era abbastanza da garantire una vita migliore per sua nonna.Il taxi atterrò lentamente. “Siamo arrivati signorina Clarke. Prego, appoggi si suoi occhi sullo scanner della retina per il pagamento”, disse la voce robotica.  Annie pagò il conto. Poi scese dal taxi e rimase scioccata. Di fronte a lei c’era la zona vecchia della città: era un miscuglio di antiche case d'acciaio e mattoni che cadevano a pezzi e un odore sgradevole di marciume riempiva l’aria. La ragazza fece per girarsi e chiedere al tassista dove l’avesse portata, ma il velivolo stava già volando via.“Merda, merda., merda! Dove diavolo sono finita?”, disse Annie. E poi lo vide. Un uomo nell’ombra stava avanzando verso di lei. Annie fece per allontanarsi, ma l’uomo fu più veloce e l’afferrò per un braccio uscendo dall’ombra. Era un androide.“Lasciami andare! Che cosa vuoi da me?”, gridò la ragazza. L’androide non disse nulla. Strinse ancora più forte il braccio di Annie trascinandola via. Un paio di minuti più tardi i due si ritro-varono all’interno del Sensuel Vertueux, un locale francese di striptease.“Ma che…?”, Annie rimase senza parole. Come entrò nel locale Annie vide degli ologrammi di donne nude che danzavano intorno a dei pali. Seduti davanti a loro c’erano uomini che indossavano delle visiere a realtà virtuale e sbavavano su dei tavolini in pelle sintetica sparsi di drink mezzi vuoti.L’androide si diresse con la ragazza al bancone e parlò in francese con la barista che indossava solo un perizoma con degli occhi sintetici appesi all’elastico. Ad Annie si rivoltò lo stomaco, ma trattenne i conati cercando di capire cosa i due si stessero. Poi l’androide trascinò Annie in un’altra stanza dietro il locale. “T-i prego… Cosa vuoi farmi? Lasciami andare!”, disse la ragazza all’androide.“Aspetta qui”, rispose finalmente l’altro. Poi l’androide uscì dalla stanza e subito al suo posto entrò un uomo robusto dalla carnagione scura con un paio di sedie che teneva tra le braccia. Le poggiò a terra e le sistemò una di fronte l’altra. Poi si sedette e invitò Annie ad accomodarsi. La ragazza fu titubante all’inizio, ma sapeva di non avere molta scelta e alla fine accettò l’invito.L’uomo si lisciò la testa calva, poi con voce profonda disse: “Ciao Annie. La prima cosa che voglio dirti è che non devi preoccuparti, non voglio farti del male. Voglio solo parlare.”“Che cosa vuoi da me?”, lo incalzò subito la ragazza.“Vedo che non ti piace perdere tempo. Sono d’accordo, mi piaci ragazza”, disse l’uomo sorridendo.“Allora? Che cazzo vuoi da me? Come fai a sapere chi sono?”“Calmati Annie. Ora ti spiego tutto.”“Ti ascolto.”“Comincio nel dirti che so tutto di te e di tua nonna grazie a Claire.”Annie diventò bianca in viso. “Sì, hai capito bene. Claire è una mia collaboratrice. Entrambi facciamo parte di un’agenzia diciamo non del tutto legale. Cerchiamo di aiutare persone come te in cambio di un piccolo favore”.Annie rifletté per qualche secondo sulle parole dell’uomo. Era rimasta scossa e incredula, ma allo stesso tempo aveva la possibilità di cambiare la vita di sua nonna. “Quale favore?”, chiese la ragazza intimorita.“Beh, è semplice Annie: devi darmi i tuoi occhi e noi ci prenderemo cura di tua nonna Lenore.”“Cosa? Sei pazzo!”“No Annie, proprio come te, io cerco di sopravvivere in questa città fornendo bulbi oculari a chi ne ha bisogno.”“Ma questa è pura follia!”“Più che follia, io la chiamerei «business». Guardati intorno  Annie: viviamo in una città dove tutto è concentrato in schermi, display, visori digitali. Gli occhi di un essere umano si deteriorano più in fretta del previsto e l’unica soluzione per molti e fare un trapianto in modo da avere una vista più acuta e duratura”.Annie osservò gli occhi dell’uomo. C’era qualcosa di strano, non erano naturali. “Stai guardando i miei occhi? Belli vero?”“…”“Sono sintetici. Anch’io stavo perdendo la vista come tua nonna, ma poi ho fatto un trapianto e tutto è diventato più limpido. Rifletti Annie, tua nonna potrebbe avere una nuova vita grazie a questi”, disse l’uomo indicando la parte superiore del suo viso.“E cosa centrano i miei occhi allora?”“È il prezzo da pagare per tua nonna, Annie. Tu ci dai i tuoi occhi e noi doneremo a lei una vista particolare. Qualcosa di così rivoluzionario per cui Lenore ti sarà eternamente grata.”“Io… io non so se ce la faccio”.L’uomo prese per le mani la ragazza e le disse: “Guarda meglio i miei occhi Annie. Guardali attentamente. Cosa vedi?”“Qualcosa di diverso e incredibile.”“Esatto! Non ti piacerebbe che anche tua nonna tornasse a vedere come me?”“Sì, certo.”“Bene, allora devi solo darmi il consenso per l’estrazione e tua nonna avrà una nuova vita”.Annie guardò ancora una volta gli occhi dell’uomo. Sembrava sincero.“Okay lo faccio. Hai il mio consenso”, disse con un groppo in gola Annie.“Ottimo! Sapevo che eri una ragazza intelligente! Ash prepara Annie per l’operazione, sarà una lunga notte”, disse poi l’uomo all’androide.

Era buio intorno ad Annie. Lei giaceva su un freddo tavolo d’acciaio a cui era stato applicato uno schermo che proiettava l’immagine tridimensionale dei suoi bulbi oculari. Il silenzio intorno a lei era interrotto dal leggero dondolio di un oggetto. Aveva paura di aprire le palpebre. Sapeva che non avrebbe visto nulla. Non provava dolore, ma al suo posto c’era un senso di nausea che le faceva girare la testa.Okay, ora li apro. Conto fino a tre e li apro.Uno…Due…Tre.Aprì gli occhi e il buio l’avvolse. All’inizio credette di aver subito l’operazione, ma poi riuscì a distinguere i contorni e l’immagine dello schermo.Mio Dio, ho ancora i miei occhi. Ma cosa è successo? Dove sono finiti tutti?Con calma scese dal tavolo e fece abituare la vista al buio. La luce dello schermo illuminava un oggetto che penzolava dal tavolo che sbattendo a intervalli discontinui sul pavimento.Annie si avvicinò all’oggetto e poi s’impietrì. Di fronte a lei intrecciato tra cavi elettrici c’era un braccio mozzato da cui fuoriusciva ancora del sangue. Poco più in là giaceva il cadavere dell’uomo che aveva incontrato prima dell’operazione. Era senza testa.“Cazzo!”.Annie si avvicinò al cadavere trattenendo a stento i conati di vomito. Poi sentì una voce.“Vedo che ti sei svegliata”. La donna si girò all’istante. Alle sue spalle c’era Ash completamente sporco di sangue. In una mano teneva stretta la testa dell’uomo da cui pendevano i tendini e un pezzo di colonna vertebrale.“Che cosa hai fatto?”, chiese la ragazza.“Ciò che mi è stato ordinato.”“Chi è stato?”“La signora Lenore Clarke.”“Ma è impossibile! Come ha fatto?”“Lei vedeva attraverso me tutto quello che stava accadendo.”“Come?”“Tramite le sinapsi cinetiche che si trovano nel suo cervello.”“Che cosa vuoi dire?”“Che tua nonna, Annie, è per metà androide come me”.Annie si sentì assalire dal terrore accompagnato dall’incredulità.“I-io… io non ti credo.”“E invece dovresti mia cara Annie”, disse una voce anziana. Lenore apparve fuori dall’ombra camminando lentamente.“Nonna? Nonna! Ma tu… tu che ci fai qui? Cos’è questa storia?”“È per tuo nonno, Annie.”“…”“Mi ha fatta sottoporre a un’operazione che mi avrebbe dato la possibilità di vivere più a lungo e quindi crescerti. Tuo nonno ti amava molto piccola mia.”“E cosa centra tutta questa storia con lui?”“L’uomo che giace ai tuoi piedi è il medico che mi ha operato.”“Cosa?”“Sì, è lui. Ma durante l’operazione ci fu un effetto collaterale…”“La tua vista?”“Esatto. Tuo nonno andò su tutte le furie e si rifiutò di pagare l’operazione. Fu ucciso qualche mese dopo, prima che tu nascessi.”“Mio Dio…”“Poi apparve Claire. Disse di essere stata mandata dall’Agenzia per l’Aiuto Sociale. Lei è un androide, ma non sapevo che fosse stata mandata da quest’uomo per spiarmi. Lui rivoleva i suoi soldi, ma per ottenerli doveva aspettare che tu crescessi. Quei soldi tuo nonno li ha donati a te”.La ragazza non poteva crederci. Era tutto così assurdo per lei.“Doveva aspettare che tu compissi venticinque anni, cioè esattamente domani”, aggiunse Ash.“Mi dispiace di averti tenuta all’oscuro di tutto piccola mia, ma era l’unico modo per proteggerti”, disse Lenore.Annie guardò sua nonna e poi l’androide. Si sentiva tradita. L’avevano usata per arrivare a uccidere quell’uomo. “Lasciatemi sola”, disse la ragazza.“Perché piccola?”, chiese Lenore.“Io sono stato programmato per proteggerti”, aggiunse  Ash.“Ho detto di andarvene!”, gridò Annie.L’androide lasciò cadere la testa dell’uomo a terra in un tonfo sordo. Poi accompagnò Lenore fuori dalla stanza.Annie rimase a osservare il cadavere. Poi pensò ai suoi nonni, all’androide e a quello che era accaduto nelle ultime ore. Tutto ciò in cui aveva sempre creduto era stata una bugia. Annie salì sul taxi diretta al suo negozio. Non viveva più con sua nonna ed erano mesi che non la sentiva.Il taxi si alzò in aria sorvolando la città. Poi atterrò davanti all’atelier.“Sono 25€ signorina Clarke”, disse l’ologramma dell’autista. Annie fece per pagare mettendo il viso sullo scanner virtuale quando qualcuno la fermò. “Pago io”, disse una voce. Annie scese dal taxi e si ritrovò davanti Claire.“Tu? Che ci fai qui?”, chiese Annie irritata. Claire afferrò la ragazza stringendo il suo braccio. Cominciarono a camminare.“Allora? Che vuoi da me?”, chiese Annie.“I tuoi occhi”, rispose Claire.

"Il trono d'ossa"

Racconto breve dark fantasy/horror.

In molti raccontavano che una strega vegliava sul trono d’ossa, pronta a divorare i corpi e le anime degli uomini. La sua bellezza era leggendaria e le forme del suo corpo avrebbero fatto tremare di lussuria chiunque si fosse avvicinato a lei desiderandola ardentemente. Ma c’era un uomo che bramava a ogni costo il potere che il trono possedeva: l’immortalità. Lui stava invecchiando e l’unica cosa che gli faceva paura era la morte. Voleva ingannarla e in qualche modo continuare a godere della sua vita, delle sue donne e della sua smisurata ricchezza. L’uomo s’incamminò verso il vecchio e diroccato maniero che si trovava al centro di una palude putrida. Si avvicinò all’immenso portone di legno marcio e l’attraversò. Percorse un lungo corridoio di pietra finché non raggiunse la stanza dove si trovava il trono. Una luce maligna color porpora illuminava l’oggetto facendo risplendere la sua macabra bellezza. Poi dietro il trono apparvero degli uomini appesi a dei pali con le budella contorte e sanguinanti, e in mezzo a loro emerse la strega. Era nuda e completamente coperta di sangue.“Cosa stai cercando?”, chiese la donna. “Cerco l’immortalità”, rispose l’uomo.“Allora non devi fare altro che sederti”, disse la strega indicando il trono.“Mi divorerai?”“Solo se lo vorrà il tuo cuore”. L’uomo si sedette e sentì scorrere il potere dentro di lui, ma allo stesso tempo desiderava ardentemente la carne della strega. La donna avvertì la brama del cuore dell’uomo e fece scomparire i suoi abiti con uno schiocco di dita. Poi strinse il fallo dell’uomo che si gonfiò e si sedette sopra di lui allargando le gambe e provando piacere.“Che cosa stai facendo?”“Esaudisco il tuo desiderio. Io sono la morte”, rispose la strega aprendo la bocca e divorando l’uomo di cui non rimase nulla.

"Il sognatore"

Ho avuto sempre il vizio di chiudermi in me stesso e vivere in un mondo a parte. Isolarmi da tutto quando ascolto della buona musica, o leggo un buon libro, o cerco di scrivere qualcosa di sensato. È difficile che permetta a qualcuno di entrare nella mia vita, soprattutto se parliamo del lato sentimentale. Ho molti pregiudizi quando devo conoscere una persona e a stento riesco a fidarmi, perché so quello che ho passato e come ho sofferto. Ma quel giorno è stato diverso. Quel giorno mi sentivo un sognatore che aveva realizzato e conquistato qualcosa che sembrava impossibile.
Sono teso, voglio voltarmi e andarmene mentre sto aspettando lei. Ho paura di non piacerle.Fisicamente non mi sento molto attraente e poi ho il vizio della puntualità che potrebbe darle fastidio. Controllo di continuo l’orologio e mi presento agli appuntamenti con largo anticipo. Poi sono un tipo che ama i concerti rock, leggere finché il mio cervello non frigge, adoro i tatuaggi e canto in una band. Amo viaggiare e stare con gli amici, scrivere canzoni, adoro sognare. Senza parlare del fatto che io sono un semplice impiegato che  ha il brutto vizio di spendere anche quello che non ha, mentre lei sta studiando per prendere la seconda laurea. Non ho proprio idea di cosa l’abbia spinta ad accettare il mio invito ad uscire.Penso a quanto mi piaccia fare la vittima in certe situazioni e al mio ordine esagerato che metto in ogni singola cosa che faccio. Penso ai cibi che proprio non riesco a mangiare e che odio; li seleziono volta per volta finché non mi convinco che sono buoni.  Non ho una particolare cura nel vestirmi, mentre lei, dalle foto che ho visto su Facebook, ama molto essere elegante e sensuale, mentre io e la sensualità siamo due cose diverse. Lei è attraente e sexy, mentre io sembro un “Clarke Kent” sfigato e rimasterizzato, però senza occhiali e privo di superpoteri.Mentre penso a tutte queste cose sono seduto vicino alla Fontana Luminosa qui a L’Aquila. È giugno e fa un caldo tremendo. Mi guardo intorno e vedo coppie che si tengono per mano, bambini che giocano nel parco vicino, famiglie che fanno shopping nei negozi. In me comincia a nascere un sentimento di tristezza, un altro difetto che io odio, perché penso che le cose potrebbero andare male quando la incontrerò e perdo subito la speranza e la voglia di agire. Mi demoralizzo facilmente, anche se la maggior parte della gente che conosco direbbe il contrario.E poi eccola. La vedo avvicinarsi mentre esce da una delle vie del Corso principale molto vicino a me. Ha dei jeans attillati e una camicetta bianca con un ricamo molto carino. I suoi capelli biondo-castani svolazzano nella leggera brezza che si è appena alzata. Io mi sono già perso nel suo sguardo dagli occhi grandi e profondi come l’oceano, e le labbra piccole e sottili che sfoderano un sorriso appena mi vede.Stai calmo Simone, devi stare calmo, dico a me stesso.Lei si avvicina e allunga la mano: “Piacere, sono Monica”.Ricambio il saluto. La sua pelle è cosi soffice e liscia, sembra seta, mentre la mia faccia invece è diventata quella di un ebete.“Tutto bene?”, mi chiede con un tono di voce squillante ma allo stesso tempo delicato.“S-sì” dico “Piacere, sono Simone”.“Ti va di andare a fare una passeggiata lungo il Corso?”Prima di risponderle la guardo. È così bella che mi chiedo cosa diavolo ci faccia con uno come me. Ma poi decido che devo andare contro me stesso e miei pregiudizi e mi getto nell’ignoto di quella proposta.“D’accordo, andiamo”, le rispondo con un sorriso.

 

Sono ancora un sognatore, ma chi ha detto che nessuno ti possa amare anche per i tuoi difetti?Ora ne sono convinto, perché oggi stringo ancora la mano di quella ragazza e la chiamo “Amore”.

"Jack e Mr. Beanstalk"

Libera rivisitazione in chiave futuristica-moderna della famosa favola popolare inglese di "Jack e il fagiolo magico".

Dopo la guerra il mondo è cambiato e il riscaldamento globale ha solo contribuito a peggiorare le cose. In quella battaglia ho perso mio padre e mia madre ha perso la testa portandosi l’odio e il rancore che ancora la consumano. Queste sono le uniche cose che lei mi ha insegnato e trasmesso. Cose di un tempo che non mi appartengono. In fondo sono solo un ragazzo che vorrebbe vivere normalmente come gli altri senza pensare che ogni mio giorno potrebbe essere l’ultimo. Ma in questa piccola città non puoi cambiare il tuo destino se sei un povero che muore di fame.“Jack, hai preso il latte per scambiarlo al mercato?”, mi chiede mia madre mentre rientro in casa. La nostra unica fonte di sostentamento è l’eredità di mio padre: una stramaledetta mucca! Odio ammetterlo, ma è grazie a lei se io e mia madre siamo ancora vivi.“Sì ma’, ho preso il latte, ma credo che a Misery non rimanga molto tempo…”.“Che vuoi dire?”“Che tra pochi giorni credo morirà e potremmo scambiare la sua carne al mercato.”“Ma è terribile! Come faremo dopo?”“Non ne ho idea”, risposi a mia madre.Sapevo bene che avrei dovuto inventarmi qualcosa. Da quando la guerra nucleare ha contaminato la terra, nessuno è più riuscito a coltivare nulla. C’è solo uno scienziato che è riuscito nell’intento e da molti è considerato il «salvatore dell’umanità», ma c’è chi anche lo chiama «orco» per i suoi modi rozzi e il suo aspetto trasandato. Si chiama Beanstalk e vive all’interno di un enorme attico in un grattacielo che arriva fin sopra le nuvole con una gigantesca vetrata che riproduce la forma di una pianta di fagioli. Lui ha inventato un tipo di legume in grado di sopravvivere alle condizioni estreme che ora ci sono sulla Terra. Grazie a questa scoperta è diventato l’uomo più ricco e potente della città e vive nel lusso più sfrenato.Penso a tutte queste cose mentre mi dirigo al mercato con l’ultimo contenitore di latte che Misery ci ha regalato, ma già so che domani dovrò tornare per fare un nuovo baratto.E poi è accaduto. Proprio ieri Misery è morta. Dovevo aspettarmelo, era vecchia e a stento riusciva a camminare, ma spero che almeno la sua carne sia buona.Questa mattina sto andando al mercato trascinandomi il carretto con sopra la carcassa di Misery. È davvero pesante e le mie mani si sfregano contro il legno. Non c’è la faccio. Devo fermarmi un attimo per riprendere fiato, quando vedo un bizzarro ometto dirigersi verso di me. Non mi dice nulla, afferra un grosso pezzo di carne dal carretto e prima che io possa dirgli qualcosa lui scompare dietro un angolo lasciandomi uno strano sacchetto. Lo prendo e lo apro svuotando il suo contenuto sul palmo della mano. Ci sono cinque fagioli. “Quel nano mi ha fregato! Merda!”, grido tirando un pugno al carretto.“Ti rendi conto di quello che hai fatto? Jack? Sei solo un buono a nulla! Che cosa ti passa per la testa? Quel cibo ci serviva! Cosa dovremmo farci con questi fagioli?!”, mi rimprovera mia madre quando le mostro cosa c’è nel sacchetto. Ma non so cosa dirle.C’è sempre stata la povertà in questo posto, insieme ai ricchi come Beanstalk che approfittano della loro posizione e si trastullano nella lussuria. Non è giusto, lo so bene, e mentre mia madre continua a gridare, io prendo la mia decisione: andrò da Beanstalk per farmi risarcire. O almeno ci proverò. Ho il fiato corto quando finisco di percorrere la scalinata antincendio del grattacielo dove vive Beanstalk. È strano che nessuno controlli questa parte dell’edificio. Forse perché Beanstalk si sente così al sicuro che non ha bisogno di nessuno. Meglio così per me, mi renderà le cose molto più facili.Entro nell’attico e vedo Beanstalk  in vestaglia adagiato sul suo comodo divano dorato. Sta dormendo e in una mano stringe un bicchiere di whisky che emana uno strano odore. Forse è una medicina. O un potente sonnifero. Accanto a lui noto un tavolo pieno di monete che con molta probabilità lui stava contando. Senza pensarci troppo ne prendo due grossi sacchi, lasciando come omaggio un fagiolo.Mentre esco dall’attico noto la domestica che per tutto il tempo mi ha osservato, nascosta dietro un grosso mobile. “Cazzo! Ora non ho tempo per questo!”, dico e fuggo via. Mia madre non mi ha fatto domande quando gli ho dato i due sacchetti pieni di monete. È contenta, sta bene e finalmente può permettersi quella vita che tanto aveva desiderato. Ma so che le monete non dureranno a lungo. Aspetterò un po’ di tempo, poi tenterò un nuovo furto. In fondo è a fin di bene. Maledizione! Dove sono finite tutte le monete d’oro? Penso mentre osservo Beanstalk che avanza nell’attico. Non c’è nulla di valore che io possa rubare e lui è anche sveglio. Ma che cosa sta facendo? Ma quella è una gallina! Una gallina? Che diavolo ci fa Beanstalk con una gallina?Osservo l’uomo mentre si avvicina all’animale adagiato su un cuscino ricamato in oro.“Mia dolce Dora! Come stai oggi? Fammi vedere cosa abbiamo qui sotto”, dice Beanstalk all’animale mentre estrae un uovo d’oro dal nido che emana una luce quasi accecante.È incredibile! Sbalorditivo! Quest’uomo e le sue formule magiche sono davvero un portento!Vedo Beanstalk che ripone le uova in modo accurato dentro un forziere. Poi prende della polverina e la sbriciola nel suo immancabile bicchiere di whisky, crollando sul divano pochi istanti dopo. È il momento di agire. Con molta attenzione, senza far agitare la gallina la prendo e vado via, lasciando due fagioli al suo posto come mio biglietto da visita.Faccio tutto questo per mia madre, mi dico, ma in realtà è perché voglio far provare a Beanstalk tutto il dolore che mi accompagna ogni giorno. La desolazione della mia anima e lo smarrimento di me stesso in questa vita che si è presa tutto per colpa di uomini come lui. Credo che questa volta otterrò quello che voglio.Non è stato così. Sono settimane che non ho nessuna notizia riguardo un furto che ha subito Beanstalk. Niente di niente. Comincio a pensare che lui abbia altri tesori nascosti che aspettano solo di essere presi. Credo che gli farò di nuovo visita. È molto strano. Sento della musica classica provenire dall’attico di Beanstalk. Come entro vedo un’arpa che suona una melodia leggera e rilassante. L’arpa è animata e completamente coperta d’oro. Non so se sia magia o semplicemente un robot automatizzato, ma l’arpa ha il viso di una donna e muove le mani che accarezzano delicatamente le corde. Poi noto Beanstalk che dorme profondamente sul suo divano. Il bicchiere di whisky è a terra, vuoto come la bottiglia al suo fianco.Lascio il mio solito fagiolo e rubo l’arpa. Ma appena lo faccio e cerco di scappare, l’arpa cambia improvvisamente melodia, trasformandola nel suono di una sirena assordante.Beanstalk si sveglia. Mi guarda con l’arpa tra le braccia e comincia a correre verso di me lanciando un urlo grottesco. Non ho tempo per uscire da dove sono venuto. Dovrò usare le scale interne. Esco dalla stanza e mi fiondo giù per le scale in vetro. Non riesco a correre velocemente per colpa del peso dell’arpa. Beanstalk mi raggiunge e cominciamo a scontrarci. Pugni, calci, persino morsi, finché non mi cade l’arpa che comincia a sgretolare le scale in vetro sotto i nostri piedi.  Beanstalk si tuffa nel vuoto cercando di recuperare l’arpa mentre io mi aggrappo a un gradino ancora integro.Beanstalk si spiaccica sul pavimento, mentre le macerie gli cadono addosso rendendo il suo corpo una poltiglia di carne e sangue. Non è rimasto niente di lui quando scendo al pian terreno per controllarlo. Niente,  tranne l’arpa che miracolosamente è rimasta intatta e decido di tenere.La mia personale vendetta è compiuta. Tornato a casa ho esaminato l’arpa che continua chiedermi perché ho ucciso Beanstalk. Non le ho risposto, finché non ho letto l’incisione che ha sotto il suo piedistallo: “Al tesoro più grande che ho. Papà”.Sono rimasto sconvolto.Beanstalk era un padre e quest’arpa che ho davanti a me ne è la prova. Un padre che io non ho mai avuto. Mi trovo a pensare che forse nella guerra passata e tutto quello che ne è seguito per ottenere la formula che ha salvato l’umanità, Beantsalk ha perso qualcosa di più prezioso delle monete d’oro, di galline miracolose, di oggetti animati, invenzioni rivoluzionarie e fagioli magici. Ha perso l’amore di sua figlia e il calore dei suoi abbracci.Io non sono migliore del «mostro» in cui le persone l’avevano trasformato.

POESIE

"L'isola di nessuno"

Poesia ispirata a un periodo molto duro della mia vita ma che sono riuscito a superare e mi ha aiutato nella mia crescita personale.

Ogni giorno ti alzi,ogni giorno cominci.Cominci a camminare sulla spiaggia dell’isola.Ti senti affondare nella sabbia,allora ti chini e sbatti le tue mani al terreno,guardando un futile arcobaleno. Ora gridi al cielo sentendoti libero. Allora guardi al tuo cuore,che vuole solo amore.Allora ti senti perso nella tua fantasia,piena di malinconia.Allora tutto comincia e tutto finisce,ma nessun ricordo svanisce.Forse ora ti senti qualcuno,ma nulla vale nell’isola di nessuno.

"Immagine proibita"

Poesia scritta in età adolescenziale, dove sentivo profondamente la mancanza di una compagna.

La pioggia cade lenta,l’acqua scivola sulla pelle fredda…E guardo i tuoi occhi e piango,della pioggia e della follia mi bagno.Sei la mia immaginazione,la mia più grande emozione.Guardo il tuo cuore e brucio,dal fuoco il tuo odore mi cucio,sulla pelle,ogni volta che guardo le stelle.Le tue fiamme mi avvolgono,mi distruggono.E guardo il tuo viso,e tocco il paradiso.Sei l’angelo impossibile da toccare,da amare,da desiderare.Sei una delle mie tante immagini:Infinita.Surreale.Immortale.Immagine proibita.

"È umano"

Poesia ispirata al difficile periodo della pandemia. Qui al lato trovate anche la video-poesia.

Respirare, è il sogno dell’umanità,persa nella sua fragilità,chiusa in una stanza,con il cuore pieno di speranza.Camminare, è ciò che tutti cerchiamo,dentro l’animo umano,che ora si sente soffocare,e desidera solo un altro giorno da ricordare.Amare, è un dono prezioso,come un abbraccio impetuoso,rinchiuso in una barriera invisibile,rincorrendo un sogno impossibile.Pensare a un mondo diverso,dove tutto è cambiato,e un uomo nuovo è nato,senza alcuna guerra,cullati dalla Terra.Possiamo imparare dagli errori,guardando i nostri eroi tra le corsie dell’ospedale,che curano il nostro male.